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BLOG: LA CHIMICA E LA SOCIETA'

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Nell’Antropocene, l’epoca geologica attuale fortemente caratterizzata dalle attività dell’uomo, la Chimica ha il compito di custodire il pianeta e aiutare a ridurre le diseguaglianze mediante l’uso delle energie rinnovabili e dell’economia circolare.
Aggiornato: 7 settimane 5 giorni fa

Le prime ricerche sulla chimica delle piante: i lavori di Giacomo Ciamician e Ciro Ravenna

25 gennaio, 2017 - 06:32

Rinaldo Cervellati

La funzione delle sostanze bioattive di origine vegetale, chiamate oggi metaboliti secondari, prodotte dalle piante in quantità relativamente piccole è rimasta per molti anni un’incognita. Queste sostanze venivano infatti ritenute prodotti di scarto e comunque senza un ruolo specifico. Uno dei primi chimici a interessarsi a questo campo di ricerca è stato il Prof. Giacomo Ciamician (1857-1922)[1], insieme al suo allievo poi collaboratore Prof. Ciro Ravenna[2].

fig-1a-giacomo-ciamician

fig-1b-ciro-ravennaGià nel 1908, all’inizio del programma di studi sulla chimica delle piante traspare l’ammirazione di Ciamician per il mondo vegetale. Si legge infatti:

Le piante sono in grado di compiere il grandioso lavoro di sintesi, per cui esse riescono a produrre le più importanti materie organiche, con mezzi almeno in apparenza modestissimi. Gli agenti atmosferici e segnatamente le piccole quantità di anidride carbonica, i sali che loro fornisce il suolo e l’acqua, costituiscono i soli materiali di cui abbisognano i vegetali a foglie verdi per comporre quella numerosa e svariata serie di sostanze che noi tanto a stento riusciamo a riprodurre. [1]

Scopo del programma di ricerche sulla chimica delle piante era quello di individuare l’origine, il comportamento e la funzione delle sostanze accessorie nelle piante.

Ciamician e Ravenna osservarono che inoculando in diverse piante dei glucosidi, questi venivano scissi in sostanze aromatiche (oggi chiamate agliconi, sostanzialmente della categoria dei polifenoli). Viceversa, se alla pianta venivano somministrate queste sostanze aromatiche, esse si trasformavano in parte nel glucoside, in parte rimanevano inalterate e in parte venivano ossidate, in base alle necessità della pianta.[2]. Ecco un brano tratto dal rif. [2]:

Inoculando ad alcune piante (mais, giacinti) dei glucosidi, questi vengono scissi in gran parte nell’interno della pianta in modo che si ritrovano, allo stato libero, le sostanze aromatiche che entrano nella loro costituzione. Reciprocamente, inoculando o facendo assorbire in altro modo alcune sostanze aromatiche, si ritrova poi oltre alla sostanza inalterata, un composto che per azione della emulsina si scinde liberando nuove quantità della sostanza introdotta. Abbiamo quindi supposto che le sostanze aromatiche assorbite dalle piante si combinassero in modo da dar origine a dei glucosidi. Di ciò fu data la dimostrazione rigorosa inoculando nel mais la saligenina [alcool salicilico: 2-(idrossimetil)-fenolo]; siamo riusciti cioè ad isolare dalle piante così trattate il glucoside formatosi, che fu riconosciuto identico alla salicina [2-idossimetil)-fenil-β-D-glucopiranoside]

Oggi è noto che polifenoli e loro glicosidi svolgono principalmente un ruolo di difesa nelle piante. Di recente una ricerca ha dimostrato come estratti di Limonium narbonense cresciuto spontaneamente (ed esposto maggiormente a parassiti), contengano una quantità di polifenoli superiore rispetto a quella contenuta in estratti da piante coltivate [3]. Ciò conferma la capacità delle piante, già nota a Ciamician e Ravenna, di modulare la produzione delle sostanze di cui necessitano, con il minimo dispendio di energia e di materie prime.

Ciamician e Ravenna, analogamente a quanto fatto con la saligenina, inocularono nel mais l’alcool benzilico, che fu trasformato dalla pianta nel relativo glucoside, essi ottennero il medesimo risultato con la pianta del fagiolo [4].

Poiché medesimi fenomeni, oltre che nella pianta viva, furono anche osservati in poltiglie ottenute triturando le piante [e contenenti quindi tutti i principi degli individui originari] [2], i due chimici supposero che queste trasformazioni fossero dovute all’azione di enzimi. Successive ricerche confermarono questa ipotesi.

Oltre ad interessarsi ai glucosidi, uno studio più vasto fu condotto sugli alcaloidi, valutandone la produzione e cercando di capire il ruolo ed il comportamento di questi nelle piante. In questo caso, oltre alla tecnica dell’inoculazione, venne usata quella dell’innaffiamento di piantine cresciute in opportuni germinatoi, con soluzioni all’1 ‰ delle sostanze che si volevano esaminare [5].

fig-2a-germinatoio1

fig-2b-germinatoio2I primi studi furono eseguiti su piante che in natura producevano alcaloidi (datura e tabacco) inoculando in esse sostanze azotate: piridina, piperidina, acido carbopirrolico e asparagina , ottenendo un aumento della produzione di alcaloidi [6]:

Abbiamo descritto alcune esperienze dalle quali risulta che inoculando nelle piante di tabacco e di datura certe sostanze azotate, si ottiene, segnatamente colla piridina, un notevole aumento nella quantità totale dei rispettivi alcaloidi.

Ciamician e Ravenna osservarono anche che la sola incisione della pianta produceva notevoli variazioni sul contenuto degli alcaloidi, facendolo aumentare [7].

Vennero effettuati studi oltre che su piante spontanee anche su piante coltivate secondo norme agricole, per valutare il diverso comportamento all’inoculazione [8]. Appare quindi chiaro che queste ricerche avevano anche uno scopo pratico, agroindustriale, teso al miglioramento della qualità della pianta, soprattutto del tabacco.

Il rif. [6] conclude così:

Dalle esperienze descritte risulta che l’inoculazione di sostanze azotate di svariata natura chimica nel tabacco, produce un aumento nella quantità totale di alcaloidi e che questo aumento si accentua impiegando l’asparagina, anche introducendo nelle piante quantità di materie proporzionali al loro contenuto in azoto. Ma le osservazioni raccolte non permettono di trarre conclusioni sufficientemente sicure relative alla genesi ed al significato degli alcaloidi nelle piante. Ci sembra però si possa affermare, che le nostre esperienze parlino piuttosto in favore di quelle vedute secondo le quali gli alcaloidi vegetali provengono dagli acidi amidati [amminoacidi].

Sempre su piante in grado di produrre alcaloidi furono inoculate sostanze non azotate, glucosio e acido ftalico, per valutare il loro effetto sulla produzione di alcaloidi. Il glucosio fece aumentare la produzione di nicotina nel tabacco, con il secondo si ottenne una quantità circa uguale a quella delle prove in bianco (piante non inoculate). Tuttavia, poiché la sola incisione provocava un aumento dell’alcaloide, se ne concludeva che l’effetto dell’acido ftalico era di farne diminuire la produzione.

I risultati di queste ricerche furono raccolti in un fascicolo pubblicato (insieme a Ravenna) nella collana “Attualità Scientifiche” edito da Zanichelli [9]. All’inizio di questo testo si legge:

Le piante peraltro non producono solo le anzidette sostanze fondamentali della vita organica, cioè le materie proteiche, gli zuccheri semplici e composti, i grassi, le lecitine e altre ancora, ma inoltre tutta una serie di composti che sembrano essere accessori e che gli animali non contengono affatto. Si può però chiedere a che cosa servano queste sostanze, chiamate appunto accessorie, quali i glucosidi, gli alcaloidi, i tannini, le resine e tante altre.

fig-3-copertina-fascicoloGli autori giungono alla conclusione che gli alcaloidi prodotti dalle piante non sono sostanze di scarto ma eserciterebbero una funzione molto simile a quella degli ormoni negli animali. Il testo termina con queste frasi:

La conclusione a cui si può arrivare in base a quanto sappiamo per ora, è che le piante fanno una chimica che corrisponde a quella che pratichiamo noi nei laboratori; la fanno con mezzi infinitamente più semplici dei nostri, ma con intendimenti simili ai nostri. E se in esse l’organizzazione non è così differenziata come negli animali, suppliscono a tutto ciò con un chimismo assai perfetto; la coscienza delle piante è una coscienza chimica.”[9]

Infine, si vuole ricordare che per la preparazione di farmaci semisintetici, si rende necessario avere a disposizione quantitativi adeguati di metaboliti vegetali. Poiché la loro sintesi è particolarmente complessa e costosa si ricorre a trattamenti biotecnologici che ‘obbligano’ le piante a produrre una maggior quantità di metaboliti. Possiamo affermare che Ciamician, attraverso i suoi esperimenti, può essere considerato un precursore delle biotecnologie. La definizione di biotecnologia (usualmente al plurale, biotecnologie) stesa dalla Convenzione sulla Diversità Biologica delle Nazioni Unite, è infatti la seguente:

“La biotecnologia è l’applicazione tecnologica che si serve dei sistemi biologici, degli organismi viventi o di derivati di questi per produrre o modificare prodotti o processi per un fine specifico.”

Parte delle biotecnologie vegetali si occupa, come già detto, di favorire la produzione di specifici composti nelle piante continuando così nella strada percorsa da Giacomo Ciamician.

(NdA). Questo post è tratto in parte da: V. Saiola, Le ricerche di Giacomo Ciamician sulla Chimica delle Piante. Una bibliografia ragionata, tesi di laurea in Farmacia, Università di Bologna, A.A. 2009/2010, Sessione I; e da: R. Cervellati, V. Saiola, E. Greco, Le ricerche di Giacomo Ciamician sulla Chimica delle Piante, Atti del XIV Convegno Nazionale di Storia e Fondamenti della Chimica, Serie V, Vol. XXXV, Parte II, Tomo II, 2011, pp. 123-135.

[1] Ciamician G., 1908. La Chimica Organica negli Orgnaismi, Attualità Scientifiche, n.11, Nicola Zanichelli, Bologna

[2] Ciamician G.; Ravenna C., 1909. Sulla formazione dei glucosidi per mezzo delle piante Rend. R. Acc. Lincei, vol. XVIII, serie 5°, fasc. 12°, pp. 594-596

[3] Cervellati R., Greco E., Dall’Acqua S., Innocenti G., 2011. Piante spontanee e coltivate: c’è differenza? Uno studio di caso su Limonium Narbonense Mill., Natural 1, XI(105) pp. 68-76

[4] Ciamician G.; Ravenna C., 1911. Sul contegno dell’alcool benzilico nelle piante, Rend. R. Acc. Lincei, vol. XX, serie 5°, pp. 392-394

[5] Ciamician G.; Ravenna C., 1911. Ricerche sulla genesi degli alcaloidi nelle piante Rend. R. Acc. Lincei, vol. XX, serie 5°, pp. 614-624

[6] Ciamician G.; Ravenna C., 1911. Sul contegno di alcune sostanze organiche nei vegetali Rend. Acc. Scienze Ist. Bologna, IV memoria, pp. 47-52

[7] Ciamician G.; Ravenna C., 1912. Sul contegno di alcune sostanze organiche nei vegetali Rend. Acc. Scienze Ist. Bologna, V° memoria, pp. 71-76

[8] Ciamician G.; Ravenna C., 1913. Sul contegno di alcune sostanze organiche nei vegetali Rend. Acc. Scienze Ist. Bologna, VI° memoria, pp. 143-153

[9] Ciamician G.; Ravenna C., 1921. Sul significato biologico degli alcaloidi nelle piante, Attualità scientifiche, n. 28, Nicola Zanichelli, Bologna

 

[1] Professore di Chimica Generale nell’Università di Bologna dal 1889 fino alla scomparsa è considerato il fondatore della fotochimica moderna, collaborò al progetto dell’edificio dell’Istituto di Chimica dell’Università di Bologna che oggi ospita il Dipartimento a lui intitolato. Si è occupato attivamente della sintesi di prodotti organici naturali. Oltre a essere uno dei fondatori della fotochimica moderna, Giacomo Ciamician è considerato anche il precursore dell’utilizzo pratico dell’energia solare.

[2] Ciro Ravenna (Ferrara, 1878, Auschwitz, 1944). Dal 1909 in avanti collaborò con Ciamician alle sue ricerche sulla chimica delle piante. Dal 1923 al 1938 occupò la cattedra di Chimica Agraria di Pisa, dove continuò gli studi sulla formazione e sul significato biologico degli alcaloidi. Scrisse un libro sulla chimica vegetale, pedologica e bromatologica. Cacciato dall’università nel 1938 in seguito alle vergognose leggi razziali mussoliniane si guadagnò da vivere con lezioni private. Fu arrestato a Ferrara da italiani repubblichini nel 1943 e deportato nel campo di concentramento di Fossoli, poi trasferito a Auschwitz il 22 febbraio 1944, dove fu assassinato il 26 febbraio 1944.

 


Tagged: agliconi, alcaloidi, Ciro Ravenna, Giacomo Ciamician

Fame e biotecnologie: un punto di vista non convenzionale

23 gennaio, 2017 - 08:06

 Giuseppe Poeta Paccati [1]

La fame continua ad essere un problema in tutto il mondo. Secondo l’Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura delle Nazioni Unite, “850 milioni di persone nel mondo erano denutrite fra il 1999 e il 2005” ed il numero è in continuo aumento.

fame1

Carl von Bergen, 1904, Ragazza con piatto.

La fame ha pochissimo a che vedere con le tecniche agricole di produzione; essa, al contrario, è legata a una diseguale distribuzione delle ricchezze sul pianeta ed è soprattutto un problema politico, di democrazia economica e di giustizia sociale. Forse dobbiamo mettere in dubbio che la ricerca biotecnologica applicata alla produzione agroalimentare (colture transgeniche ecc.) possa effettivamente servire a risolvere il problema della fame nel Terzo e Quarto Mondo. È significativo che la Croce Rossa Internazionale abbia stimato che ben il 90% dei circa 256 milioni di disastrati nel mondo viva nei paesi poveri.[2]

Papa Benedetto XVI, ha sostenuto che la denutrizione: « è colpa non della mancanza di cibo, ma delle politiche dei governi, dei fenomeni speculativi e della carenza di un assetto di istituzioni politiche ed economiche in grado di fronteggiare le necessità e le emergenze ».

Inoltre, è stato dimostrato che le condizioni atmosferiche avverse e la scarsità del raccolto, sebbene siano sicuramente eventi naturali avversi, non sono necessariamente disastri di vaste dimensioni.[3] In occasione delle grandi carestie nel Bengala, a Calcutta nel Sahel e in Etiopia, ad esempio, la scelta di concentrare l’attenzione sulla disponibilità di cibo e di attribuire la sua mancanza esclusivamente a cause naturali, ha impedito di evidenziare le vere responsabilità a carico delle strutture economiche e legali il cui crollo è la causa principale di tali calamità che avvengono anche quando il raccolto è stato buono e vi sono riserve di cibo disponibili.

Le principali crisi sanitarie e le catastrofi umanitarie cui, ancora oggi, assistiamo in Somalia, Birmania, Zimbabwe, Congo, Pakistan, Sudan ed Iraq, sono causate dalle periodiche ondate di violenza che riducono in condizioni estreme intere popolazioni spesso costrette ad esodi di massa in cui ai profughi manca acqua, cibo, riparo e assistenza sanitaria che li rende estremamente vulnerabili a malattie che, normalmente, sarebbero facilmente curabili.[4] Papa Francesco in visita alla sede romana del Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite,[5] parlando a braccio affermò che “La fame non è un dato naturale, né frutto di un destino cieco di fronte al quale non possiamo fare nulla”.fame2

Il cibo che si spreca è come se lo si rubasse dalla mensa del povero, di colui che ha fame”. E ancora, “abbiamo fatto dei frutti della terra, dono per l’umanità, un privilegio di alcuni, generando esclusione. Abbiamo stravolto i fini della terra”. “La mancanza di alimenti – spiega il Pontefice – non è qualcosa di naturale, non è un dato ovvio: il fatto che oggi, in pieno ventunesimo secolo, molte persone patiscano questo flagello, è dovuto a un’egoista e cattiva distribuzione delle risorse, a una mercantilizzazione degli alimenti”.

Nel frattempo la scienza, oggi le biotecnologie, vorrebbe impossessarsi di un fine alto, e indiscutibile, quello di voler sfamare la “sovrappopolazione” futura per giustificare i suoi indirizzi e le sue nuove e rivoluzionarie pratiche sulle cellule animali, vegetali e batteriche. Ma in questo modo è come se invece di prevenire la “malattia” agendo sulle sue vere cause per debellarle, ci si accontentasse di curarne i sintomi accettando che essa possa comunque insorgere.

Il consumismo che pervade le nostre società ci ha indotti ad abituarci al superfluo e allo spreco quotidiano di cibo, al quale a volte ormai non siamo più capaci di dare il giusto valore, che va oltre i meri parametri economici”. “Non possiamo ‘naturalizzare’ la fame di tante persone; non ci è lecito dire che la loro situazione è frutto di un destino cieco di fronte al quale non possiamo fare nulla”.[6]Per sfamare il mondo preoccupano giustamente i cambiamenti climatici, ma non possiamo dimenticare la speculazione finanziaria.[7]

Ci troviamo così davanti a uno strano e paradossale fenomeno: mentre gli aiuti e i piani di sviluppo sono ostacolati da intricate e incomprensibili decisioni politiche, da forvianti visioni ideologiche o da insormontabili barriere doganali, le armi no; non importa la loro provenienza, esse circolano con una spavalda e quasi assoluta libertà in tante parti del mondo. E in questo modo, a nutrirsi sono le guerre e non le persone. In alcuni casi, la fame stessa viene usata come arma di guerra. E le vittime si moltiplicano, perché il numero delle persone che muoiono di fame e sfinimento si aggiunge a quello dei combattenti che muoiono sul campo di battaglia e a quello dei molti civili caduti negli scontri e negli attentati. Siamo pienamente coscienti di questo, però lasciamo che la nostra coscienza si anestetizzi, e così la rendiamo insensibile. In tal modo la forza diventa il nostro unico modo di agire, e il potere l’obiettivo perentorio da raggiungere”.

fame3La figura 1 sopra mostra come sarebbe il Mondo se le dimensioni dei paesi fossero proporzionali al grado ricchezza.[8] fame4La figura 2 mostra invece come sarebbe il Mondo se le dimensioni dei paesi fossero proporzionali alle morti per fame[9] fame5e la figura 3 mostra come si distribuiscono le morti per fame nel mondo.

Allora constatiamo, accoratamente, che senza una migliore giustizia, le rinnovate e moltiplicate risorse (o presunte tali) che la biotecnologia promette di metterci a disposizione in futuro nulla potranno per ridimensionare quello che lo stesso Pontefice ha definito lo “scandalo” della fame e della malnutrizione che continuerà a minacciare la vita e la dignità di tante persone – uomini, donne, bambini e anziani perché dall’indigenza, come dall’ignoranza, qualcuno continuerà – indisturbato – a trarre il suo macabro profitto.

[1] Insegnante presso l’ISIS G. Natta, Via Europa, 15, Bergamo.

[2] Federazione Internazionale della Croce Rossa, Rapporto Mondiale 2001 sui disastri ambientali.

[3] Sen Amartya, Collective Choice and Social Welfare, Elsevier, Amsterdam, 1970.

[4] Medici Senza Frontiere, Quinto Rapporto sulle Crisi Dimenticate, http://www.crisidimenticate.it/

[5] Pam, il Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite si prefigge l’obiettivo “Fame zero”, cioè nessuno uomo dovrà soffrire la fame in nessun luogo del mondo, entro il 2030.

[6] Il Pontefice in occasione dell’incontro in udienza dei partecipanti al Banco alimentare, 2015.

[7] Il Papa rivolto ai delegati Fao in udienza in Vaticano all’indomani dell’annuncio del titolo della nuova enciclica sull’ambiente “Laudato si'”.

[8] Livello di sviluppo economico Banca Mondiale, 2015.

[9] http://www.worldmapper.org/display_extra.php?selected=412


Tagged: biotecnologie, fame nel mondo

La Chimica di Pirandello.

20 gennaio, 2017 - 06:47

Claudio Della Volpe

(Il Gioacchino Genchi di cui si parla in questo post non è da confondere con il Gioacchino Genchi, avvocato ed esperto informatico diventato famoso per il caso SIATEL.)

Qualcuno ricorderà la storia di Adolfo Parmaliana, l’eroico collega di Messina la cui valorosa lotta contro la mafia abbiamo ricordato pochi mesi fa sul nostro blog. Ma a quanto pare la chimica siciliana non è seconda a nessuno nella lotta per una cultura ed una società diverse; oggi vi raccontiamo un’altra storia che ha come protagonista un chimico siciliano (anzi due), che per sua fortuna e nostra, a differenza di Adolfo, è vivo non solo nei nostri cuori: Gioacchino Genchi. E se la storia di Adolfo è una storia tragica ed eroica, quella di Gioacchino è pirandelliana. Infatti un tema molto caro a Pirandello è l’inconoscibilità del reale, di cui ognuno può dare una propria interpretazione che può non coincidere con quella degli altri.

genchi1

Gioacchino Genchi, chimico.

Genchi si laurea in Chimica a cavallo fra gli anni 60 e 70, come ricorda lui stesso, in occasione della proiezione del film su farmacia di Costanza Quatriglio ( il caso Catania ) andato in onda anche su Raitre nel 2014 (Con il fiato sospeso) e forse proprio in polemica con quel modo di fare la Chimica diventa dirigente chimico della Regione Sicilia.

Nei primi anni duemila si oppone, insieme con il collega Alessandro Pellerito, con successo ad una serie di tentativi di “importare” in Sicilia metodi e procedure altamente inquinanti; fa chiudere per 5 anni la distilleria Bertolino di Partinico che inquina l’ambiente non rispettando i criteri delle leggi ambientali (si veda qui), blocca le industrie che impastavano laterizi con fanghi tossici del Petrolchimico di Siracusa (la Guglielmino Group di Misterbianco e la DB Group di Adrano),  ma soprattutto imperdonabilmente si oppone alla costruzione di 4 inceneritori o termovalorizzatori tra il 2005 e il 2006, un affare da 4-5 miliardi di euro; limpidi gli argomenti che condividiamo anche noi contro la logica dell’incenerimento, illustrati in una bella presentazione scaricabile in rete. Da notare che il governo regionale si è poi vantato di aver interrotto quei progetti, ma allora perché chi lo ha fatto tecnicamente è stato poi punito?

Dopo questi episodi inizia per i due dirigenti (e anche per altri due ad essere completi) una storia infinita veramente pirandelliana e tutta siciliana. Nel gennaio 2007 i due dirigenti vengono sospesi dal loro incarico con la scusa di scarso rendimento, ma con motivazioni così poco credibili (fra l’altro con un errore numerico nelle motivazioni) da portare a una trafila legale e alla condanna della regione Sicilia da parte della magistratura del lavoro e al loro ripristino nel posto e nell’incarico; tuttavia tale ripristino non viene mai attuato e ormai da quasi 8 anni (!incredibile ma vero) nonostante abbiano avuto ragione da parte della magistratura attendono l’attuazione della sentenza; uno dei due, Pellerito, è emigrato in Canadà e l’altro svolge un non-lavoro per il quale però viene pagato, ma di fatto è stato estromesso dal posto di dirigente che occupava; Genchi ha ripetutamente protestato per questa situazione che compare regolarmente sulle pagine dei principali quotidiani come esempio di un malgoverno imperante.

In pratica questa azione di vero e proprio mobbing nei confronti dei due dirigenti chimici è stato attuato per avere realizzato in modo tecnico il blocco delle attività inquinanti, che in alcuni casi, almeno a parole, venivano poi rivendicate dal governo regionale, ma nei fatti non erano nei desiderata effettivi dei politici.

E’ doveroso notare che entrambi i governi siciliani di quel periodo Cuffaro e Lombardo si sono dovuti dimettere per motivi legati a coinvolgimenti mafiosi; anche il governo in carica (Presidente Crocetta) non è stato capace di risolvere il problema che ne è conseguito.

genchi2Al di là delle questioni legali questo è un esempio di come la chimica può diventare una spina nel fianco e un modo di difendere gli interessi dei cittadini, ma di fatto questa cosa non viene poi rivendicata; lo facciamo su questo blog perchè noi siamo invece interessati a difendere ed esaltare proprio questo ruolo della chimica, la chimica come strumento di risoluzione dei problemi dell’Antropocene. Per fare questo ci vogliono dei Chimici che la mettano in pratica con etica e coerenza e dunque il nostro ringraziamento e il nostro appoggio vanno a Genchi e Pellerito che stanno pagando di persona la resistenza delle classi dominanti ad un uso razionale e corretto della chimica.

Ci auguriamo che presto i siciliani non abbiano più bisogno di eroi come Parmaliana e nemmeno di strenui difensori della legalità e di un uso corretto della Chimica come Genchi e Pellerito. E PIrandello meglio goderselo a teatro.

Per documentazione si vedano anche:

(http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/01/07/sicilia-sullisola-la-matematica-e-relativa-lo-strano-caso-del-dottor-genchi/3299042/)

https://www.scribd.com/doc/93765017/Genchi-Dirigente-Regione-Sicilia-PAGATO-PER-NON-LAVORARE-Lia-on-line-del-13-marzo

http://isoladellefemminepulita.blogspot.it/2015/07/presentazione-gioacchino-genchi.html


Tagged: Gioacchino Genchi chimico

Una riflessione sulle modifiche genetiche.

18 gennaio, 2017 - 06:46

Luigi Campanella, ex Presidente SCI

L’umanità deve riuscire a produrre sempre maggiore nutrimento per soddisfare le necessità di una popolazione in continua crescita. Tuttavia, le terre arabili propizie all’agricoltura diventano sempre più rare, spesso a causa di una forte salinità, di mancanza di acqua, del freddo o di contaminazione chimica. Si sostiene pertanto che sarebbe possibile diminuire la pressione sulle terre disponibili coltivando varietà resistenti a questi stress ambientali.

La salinità elevata colpisce circa il 20% di tutte le terre agricole e il 40% dei terreni irrigui. La facoltà che hanno certe piante di adattarsi ad una forte salinità o a condizioni di siccità deriva dall’interazione di numerosi geni. E’ dunque difficile introdurre una tolleranza al sale o alla siccità mediante riproduzione tradizionale o mediante la biologia molecolare attuale. Nondimeno, sono stati realizzati progressi manipolando delle piante perché producano di più alcuni composti, fra cui la glicina betaina o betainato di glicina o trimetilglicina, che protegge le cellule contro l’azione del sale.

betainato-di-glicinaI suoli fortemente acidi determinano una liberazione di alluminio, elemento tossico per le radici della maggior parte delle colture e che causa dei problemi nel 30-40% delle terre arabili del mondo, particolarmente sotto i tropici. Ad esempio il rendimento del mais può diminuire dell’80% quando cresce sui suoli acidi. Le piante che tollerano naturalmente forti concentrazioni di alluminio secernono acido malico o citrico, questo aiuta le radici ad assorbire meno alluminio. L’introduzione di un gene batterico nella papaia ha reso questa pianta più tollerante all’alluminio.

Tutte le piante hanno bisogno d’azoto organico per crescere. Attualmente si studiano due modi di aumentare il tenore di azoto nel suolo. Si tratta della modificazione genetica del batterio Rhizobium per indurlo a formare più noduli sulle radici, e dell’introduzione nelle piante delle caratteristiche di nitrificazione del batterio. (qui un test italiano sull’uso in campo di questa modifica )

Oltre ad offrire vitamine e minerali, le piante sintetizzano migliaia di metaboliti secondari, fra cui alcuni hanno un impatto sulla salute umana.

La vitamina E è il più importante antiossidante solubile nell’acqua (vedi nota in fondo) che la nostra alimentazione conosca ed è associata a vari benefici vascolari. Le fonti naturali di vitamina E sono gli oli di semi, fra cui la colza e la soia, che contengono una miscela di più tipi di molecole denominate tocoferoli.

arabidopsis

Arabidopsis thaliana è usata nelle ricerche sugli OGM http://blog.georgofili.it/arabidopsis-thaliana-la-pianta-fuoriclasse-della-ricerca/

Il tocoferolo alfa è il più benefico di questi composti, ma si trova in bassa quantità nella maggior parte dei prodotti. Introducendo un gene nei semi di una specie vicina alla colza, l’Arabidopsis thaliana, il contenuto è stato aumentato di un fattore superiore al 95%.

vitaminaeLa carenza di ferro è una dei maggiori punti deboli dell’alimentazioni tradizionali, nel mondo, e colpisce da uno a due miliardi di persone. Il suo sintomo più comune si chiama anemia, ma è anche associata a difficoltà di apprendimento dei bambini e ad una grande suscettibilità alle infezioni. Oltre all’integrazione alimentare, si cerca di aumentare l’assorbimento di ferro in due modi: aumentando il tenore di proteine che trattengono il ferro (ferritina), in certe colture, e riducendo l’impatto dei composti che disturbano l’assorbimento di ferro.

L’incorporazione di sequenze virali nei genomi di piante come tecnica che conferisce una resistenza alle malattie causate da questi agenti, è ormai una tecnica ben acquisita, e questo metodo ha permesso di sviluppare varietà commerciali di patate, zucche e papaia.

Le piante possono combattere le malattie in vari modi. In certi casi, esse producono delle sostanze chimiche o delle proteine specifiche. Questi composti protettivi possono colpire dei patogeni specifici o essere di natura generale, avviene spesso che la loro produzione porta alla morte delle cellule vicine al punto d’ingresso del patogeno, ciò che isola l’agente infettivo e ne impedisce l’espansione.

Le piante vengono sempre più manipolate ai fini non alimentari, e cioè per la produzione di proteine industriali, di prodotti farmaceutici e di altri prodotti.

Anche gli animali sono oggetto di studi di modificazione genetica: animali transgenici offrono numerose applicazioni nella ricerca medica, ad esempio servendo da modelli per studiare le malattie, la crescita, l’invecchiamento e le funzioni di geni dell’essere umano.

Piante, animali:resta l’uomo.

Su questa strada, mentre da un lato c’è da chiedersi se alterando i modelli naturali non si finisca per alimentare il processo degradativo del collasso della diversità biologica che si vuole combattere, dall’altro c’è da guardare con sospetto a progetti che considerino come base di studio l’organismo umano.

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Nota: i tocoferoli e i tocotrienoli sono pochissimo solubili in acqua. L’alfa-tocoferolo (vitamina E) è presente come acetato (questo sì solubile in H2O), l’OH fenolico essendo esterificato dal gruppo carbossilico, nella maggior parte delle forme farmaceutiche. L’acetato in sè non ha attività scavenger di radicali liberi, ma l’organismo è in grado di ripristinare l’OH fenolico.


Tagged: incorporazione di sequenze virali, modifiche genetiche, salinità, vitamina E

Astrochimica: individuato ghiaccio sotto la superficie del pianeta nano Cerere

16 gennaio, 2017 - 06:20

Rinaldo Cervellati

Il pianeta nano Cerere[1], che orbita nella fascia degli asteroidi tra Marte e Giove, ospita una grande quantità di ghiaccio sotto la superficie, afferma un team di scienziati guidati dal Dr. T.H. Prettyman del Science Planetary Institute nel corso del Convegno dell’American Geophysical Union il 15 dicembre scorso.[1]

fig-1-cerereIl ghiaccio, che probabilmente riempie i pori nel sottosuolo di roccia, si trova lì da miliardi di anni, confermando le previsioni fatte da alcuni astronomi 30 anni fa.

Thomas Prettyman

Thomas Prettyman

Gli scienziati hanno riferito questi e altri risultati raccolti dal veicolo spaziale Dawn[2] della National Aeronautics and Space Administration, in orbita attorno a Cerere, in una conferenza stampa il 15 dicembre scorso al convegno dell’American Geophysical Union a San Francisco.

Il veicolo spaziale è munito di uno spettrometro a neutroni e raggi gamma che fornisce informazioni sugli elementi che costituiscono la crosta del pianeta, tale strumento è stato già utilizzato nella missione Messenger che ha fornito informazioni su Mercurio. Uno schema semplificato del funzionamento dello spettrometro è mostrato in figura. In breve lo strumento misura il numero e l’energia dei neutroni e dei raggi gamma che raggiungono la sonda quando passa vicino al pianeta.

fig-3-spettrometro-a-neutroniI dati raccolti da Down nell’arco di cinque mesi hanno permesso una mappatura della composizione di Cerere rilevando la presenza di idrogeno anche alla profondità di appena un metro sotto la superficie del pianeta nano. Il ghiaccio è più concentrato ai poli di Ceres.

Norbert Schörghofer, uno scienziato della missione Dawn e astronomo presso l’Università delle Hawaii, ha infatti riferito che la sonda ha rilevato sacche di ghiaccio nei crateri permanentemente in ombra ai poli di Ceres, fenomeno che esiste anche su Mercurio e Luna [2].

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Norbert Schörghofer

Tutte le evidenze raccolte da Down stanno a indicare che un tempo Cerere aveva un oceano e che tracce di esso rimangono probabilmente ancora sotto la sua superficie ha detto Carol Raymond del Jet Propulsion Lab, vice ricercatore principale della missione.

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Carol Raymond

Gli scienziati sono particolarmente interessati a corpi del sistema solare che possono contenere acqua allo stato liquido perché potrebbero essere ambienti in grado di ospitare la vita. Cerere, ha sostenuto Raymond, è probabilmente simile a Europa, una luna di Giove, o a Encelado, luna di Saturno, in termini di potenziale abitabilità.

Al convegno dell’American Geophysical Union è stata presentata un’altra ricerca, focalizzata su un corpo del sistema solare più vicino al nostro pianeta: Marte. Gli scienziati del Los Alamos National Laboratory hanno annunciato per la prima volta la scoperta di boro sulla superficie del pianeta rosso. La NASA ha individuato l’elemento in vene minerali di solfato di calcio. Se questo minerale è confrontabile con quello che si trova sulla Terra, ciò indicherebbe che molto tempo fa le temperature superficiali del pianeta erano 0-60 ° C, e che il terreno aveva un pH neutro-alcalino, in altre parole un ambiente abitabile.

Fonte: c&en Newsletters 21-12-2016

[1] T. Prettyman et al., Extensive water ice within Ceres’ aqueously altered regolith: Evidence from nuclear spectroscopy, Science  15 Dec 2016, DOI: 10.1126/science.aah6765

[2] T. Platz et al., Surface water-ice deposits in the northern shadowed regions of Ceres,

Nature Astronomy, 15 Dec 2016, DOI: 10.1038/s41550-016-0007

[1] Cerere è l’asteroide più grande della fascia principale del sistema solare, scoperto nel 1801, per mezzo secolo è stato considerato l’ottavo pianeta. Dal 2006 Cerere è l’unico asteroide del sistema solare interno considerato un pianeta nano, alla stregua di Plutone.

[2] La Missione Dawn è una missione basata su una sonda senza equipaggio sviluppata dalla NASA per raggiungere ed esaminare il pianeta nano Cerere e l’asteroide Vesta . Dawn è stata lanciata in settembre 2007 e ha raggiunto Cerere in marzo 2015.


Tagged: Cerere, ghiaccio superficiale, Marte, spettrometro a neutroni

I mondi di Primo Levi: una strenua chiarezza

13 gennaio, 2017 - 07:07

Mauro Icardi.

(il post è illustrato da alcune foto scattate dall’autore medesimo)

La mostra dedicata alla vita e alle opere di Primo Levi è stata inaugurata il 21 Gennaio del 2015 a Torino, città natale dello scrittore. E’ una mostra itinerante ed ha avuto successivi allestimenti nel corso del 2015 e del 2016 in due città italiane (Cuneo e Ferrara) e anche in Belgio nella città di Liegi.

Particolarmente significativa l’esposizione tenuta al campo di concentramento di Fossoli in provincia di Modena, dove lo scrittore venne condotto dopo l’arresto in attesa di essere poi deportato ad Auschwitz, che è stata la seconda edizione (19 Aprile -30 Giugno 2015).

Attualmente la mostra, che è stata realizzata dal Centro Internazionale di studi Primo Levi di Torino, è allestita presso il Museo di Scienza e Tecnologia di Milano, in occasione della nuova edizione delle Opere Complete.

mostralevi1Prima di parlare della mostra occorre fare una prima, importante riflessione.

Per moltissimi anni Primo Levi, anche per ragioni che lui stesso aveva sempre evidenziato, cioè che si dedicasse alla letteratura come attività complementare a quella principale di chimico e direttore tecnico di una fabbrica di vernici era certamente molto apprezzato come scrittore memorialista, ma difficilmente classificabile dalla critica negli anni delle sue prime prove letterarie.

Nel 1975 Primo levi decide di andare in pensione e di dedicarsi a tempo pieno all’attività di scrittore. In quello stesso anno viene pubblicato “Il sistema periodico” l’altro libro che insieme a “Se questo è un uomo” è da considerarsi a tutti gli effetti un classico della letteratura italiana del novecento.

mostralevi2Dopo la morte di Levi avvenuta nell’aprile del 1987 inizia per lo scrittore un lento ma costante cambiamento di immagine e di valutazione da parte della critica letteraria.

Iniziative culturali, pubblicazione di diversi libri di biografie e studi critici hanno raggiunto dimensioni importanti e corpose.

Finendo per trasformare l’opera di Primo Levi come scrive Mario Barenghi nell’articolo uscito su “Doppiozero.com” in “un’intera galassia, che non ci si stanca di percorrere e di esplorare.”

(Mario Barenghi “La galassia Primo Levi” Doppiozero.com 04 Dicembre 2016”)

Ho voluto tornare a visitare la mostra a lui dedicata dopo essere già stato nel 2015 a quella di Torino. Per la fondamentale ragione che ero certo che avrei trovato nuovi stimoli, come in effetti è stato.

Nel museo di Milano, oltre alla sala dedicata alla mostra vera e propria si può fare un percorso della durata di circa un’ora dove brani dell’opera di Levi sono accostati agli spazi espositivi del museo, creando una suggestione ed un legame . Per esempio nella sezione dedicata alla chimica di base si trova esposto un brano tratto da “Racconti e saggi” cioè “La sfida della molecola”, oppure nella sezione dedicata alle macchine da calcolo un brano de “Lo scriba” uscito su “L’altrui mestiere” dove Levi racconta la sua esperienza nell’uso del suo primo elaboratore elettronico di testi ,ausilio ed aiuto nel suo lavoro di scrittore.

mostralevi3Nell’attesa dell’ingresso al museo ho avuto modo di scambiare qualche parola con altri visitatori. Accorgendomi come per il pubblico dei semplici lettori, o studenti sia ancora prevalente l’immagine del Levi scrittore e testimone dell’olocausto e che molti non sapessero che lo scrittore era un chimico.

mostralevi4All’interno della mostra ho spiegato ad alcune persone cosa rappresentasse la prima sezione della mostra, dove il racconto “Carbonio” viene illustrato con le parole scritte da Levi e con le tavole disegnate dall’artista giapponese Yosuke Taki. Il visitatore viene condotto a viaggiare nell’infinitamente piccolo, nel ciclo del carbonio.

Le sezioni della mostra prendono poi in esame l’esperienza del lager e della deportazione (Il viaggio verso il nulla/Il cammino verso casa) e le varie altre anime di Levi. “Cucire parole” per significare il lavoro di scrittore attento a evitare lo scrivere oscuro, “Cucire molecole” che invece ci mostra il Levi chimico ed i momenti più salienti del suo rapporto con la chimica.

Le sezione “Homo Faber” è dedicata al rapporto tra mano e cervello che Levi sviluppava costruendo sculture in filo di rame, quello che rivestiva con vernici e polimeri alla SIVA. Uno di questi, una farfalla si trova esposto alla mostra mentre altri si possono vedere in fotografia.

mostralevi6“Il giro del mondo del montatore Tino Faussone” personaggio de “La chiave a stella” è la sezione della mostra che si occupa del lavoro, tema centrale di questo romanzo. Dell’etica che ad esso si lega e del concetto che amare il proprio lavoro sia “la migliore approssimazione concreta della felicità sulla terra”.

La mia seconda visita come dicevo non è stata inutile. Come per la lettura dei suoi libri,anche rivedere la mostra ha avuto lo stesso effetto. Le sua opera anche se letta e riletta non stanca mai. Sia che si analizzi il versante memorialistico,sia che si analizzi quello propriamente dedicato alla chimica, o cosa significhi essere chimico, o quelle che sono esperienze comuni per chi la pratica, di soddisfazioni o di problemi lavorativi da affrontare e risolvere.

Levi è stato scrittore e chimico, ma sostanzialmente è stato un grandissimo uomo di cultura ed un divulgatore di primissimo ordine.

Tutti questi aspetti della sua vita e della sua opera non sono scindibili. Levi riesce a trasmettere in chi si accosta alla sua opera questa inesauribile curiosità.

Non saprei suggerire quale aspetto si possa considerare prevalente. Mi sento solo di suggerire per esempio che, pur essendo necessario far leggere soprattutto a scuola i suoi libri attinenti alla vicenda storica della deportazione e dell’olocausto, andrebbe fatto conoscere forse di più il Levi chimico.

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Levi è un autore che ci porta per mano nel XXI secolo dopo essere uscito vivo da una delle peggiori tragedie storiche e umane del ventesimo.

La sua poliedricità di temi ed argomenti è una vera costante scoperta. E visitare questa mostra ne è un importante tassello.

 


Tagged: Primo Levi

La saliva.

11 gennaio, 2017 - 06:26

Luigi Campanella, ex Presidente SCI

La saliva è considerato un liquido biologico ed il suo ruolo è spiegato attraverso la chimica,ancora una volta scienza regina per interpretare i processi biologici e naturali,compreso anche il funzionamento dell’organismo umano-

La saliva, con le sue caratteristiche, esercita un’influenza diretta sulla salute dei denti, una parte del nostro corpo fondamentale ai fini delle attività di nutrizione e digestione. La sua composizione normalmente ha un pH neutro (valori da 6.5 a 7.5), ma varia quando si mangia o si beve. Un paio di ore dopo l’assunzione di cibo torna a livelli normali. Talvolta però questo non succede e un ambiente della bocca troppo acido, in cui l’acidità permane a lungo (valore pH inferiore a 6.5) contribuisce alla formazione di un eccesso di placca batterica che, indebolendo lo smalto dei denti, dà il via al processo cariogeno.

 

Beautiful woman puts out tongue with drawn question mark

Beautiful woman puts out tongue with drawn question mark

Al contrario, quando il pH sale a livelli basici o alcalini (superiore a 7.5), il calcio contenuto nella saliva tende a cristallizzarsi sui denti, andando a formare il tartaro, nocivo per le gengive. Da qui si comprende come un’alimentazione troppo ricca in cibi acidi o basici sia dannosa e come la saliva con la sua composizione aiuti l’organismo a difendersi. Ma non solo gli equilibri acido/base sono coinvolti nell’azione salivare. L’idrossiapatite che compone i denti potrebbe col tempo disciogliersi se la saliva fosse solo costituita da acqua; infatti anche i composti più insolubili finiscono per sciogliersi in un solvente che si rinnovi continuamente nel tempo. Ma la nostra saliva è invece un liquido iposmotico secreto dalle ghiandole salivari che contiene oltre ad oltre il 99% di acqua, numerose sostanze organiche ed inorganiche. Fra queste troviamo soprattutto sali minerali, in particolare cloruri e bicarbonati di Na,K,Ca. La frazione organica è invece rappresentata da enzimi (amilasi,mucina,lisozima) ed immunoglobuline.

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dalla presentazione Umich

Anche gli equilibri redox sono coinvolti. Le nostre ghiandole salivari accumulano attivamente i nitrati prelevandoli dal sangue e li secernono con la saliva nella bocca, dove alcuni batteri non dannosi (denitrificanti) possono ridurli a nitrito che in presenza di ambiente acido rimuove i batteri pericolosi costituendo per essi un veleno l’acido nitroso formato.

Ancora più complesso è il caso dell’assunzione di farmaci: in questo caso la composizione e di conseguenza le caratteristiche della saliva possono risultare molto alterate rispetto alle condizioni di normalità. Anche il flusso salivare può essere modificato indebolendo così la difesa naturale della bocca affidata alla grande quantità di saliva, capace di tamponare gli attacchi chimici e biologici. E’ proprio il diminuito flusso salivare notturno a consigliare di andare a letto avendo puliti accuratamente i denti.

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da asisccmaxilo.com

Il pH salivare viene generalmente misurato dai dentisti con le cartine al tornasole e generalmente, per accrescere la qualità e quantità di informazione, il test viene ripetuto sul paziente nel tempo durante sia una giornata sia l’arco di tutto un anno.

per documentazione:

Una presentazione della Università del Michigan

Wikipedia:

https://en.wikipedia.org/wiki/Saliva_testing#Evidence_and_current_research


Tagged: analisi della saliva, mucina, saliva, tartaro

Omega-3 e dintorni

9 gennaio, 2017 - 08:11

Rinaldo Cervellati

Negli ultimi decenni gli omega-3 sono diventati sempre più popolari e richiesti come integratori alimentari per gli effetti benefici che questi prodotti avrebbero sulla salute umana, dalla diminuzione del rischio di disturbi cardiovascolari a quella dell’incidenza di demenza senile, insomma una panacea per tutti i mali. Ma cosa sono esattamente gli omega-3 e quanto sono veramente efficaci?

fig-1-pubblicita-omega-3Gli omega-3 sono sostanze appartenenti alla categoria chimica degli acidi grassi polinsaturi, costituiti da una lunga catena di atomi di carbonio, alcuni dei quali legati fra loro con un doppio legame, come mostra la struttura del composto principale, l’acido α-linolenico (ALA, Fig.1):

fig-2-acido-linolenicoSe si inizia a contare gli atomi di carbonio da quello terminale della catena (carbonio ω, in rosso), il primo doppio legame (=) si trova nella terza posizione, da cui il termine omega-3. Quindi il termine è solo una questione di nomenclatura chimica, niente di più[1]. A questo proposito il Dr. Nils Hoem, ricercatore capo della norvegese Aker Biomarine[2], dice: Quante persone sanno che omega-3 è solo nomenclatura chimica? Significa solo che un doppio legame si trova nella terza posizione dall’estremità omega, l’estremità opposta al gruppo carbossilico di un acido grasso polinsaturo. L’ultima lettera dell’alfabeto greco in sé non ha alcun significato.(NUTRAingredients newsletter, 12-12-2016)

La posizione dei doppi legami e dei gruppi metilenici conferiscono alle molecole di omega-3 una struttura spaziale elicoidale.

fig-3-struttura-spaziale-di-alaOltre all’acido linolenico altri due importanti omega-3 sono l’acido timnodonico (EPA, acido eicosapentaenoico) e l’acido cervonico (DHA, acido docosaesaenoico). Essi, insieme a ALA, intervengono infatti nel normale metabolismo umano. I mammiferi non sono in grado di sintetizzare gli acidi grassi omega-3, ma possono ottenere ALA (catena più corta, 18 C, 3 =) attraverso la dieta e utilizzarlo per formare il più importante EPA (20 C, 5 =) e infine da questo il fondamentale DHA (22 C, 6 =).

fig-4-struttura-spaziale-dhaTuttavia la capacità di trasformare ALA in DHA può calare rapidamente con l’età. Gli acidi grassi insaturi si ossidano all’aria fino all’irrancidimento, cioè la trasformazione in acidi grassi saturi dal caratteristico cattivo odore.

Fonti ricche di omega-3 sono gli olii vegetali (noce, lino, alga, ecc) e animali (pesci, plancton, ecc.).

fig-5-fonti-di-omega-3Fra gli olii di origine animale troviamo il ben noto olio di fegato di merluzzo, ottenuto dal fegato fresco del merluzzo (Gadus morhua) contenente anche vitamine A e D. Il prodotto grezzo viene raffinato e chiarificato a 0 °C e mantenuto in recipienti chiusi e scuri per evitare il contatto con l’aria e la luce. E’ un liquido di color giallo pallido con un lieve odore di pesce.

fig-6-olio-di-fegato-merluzzo-e-capsuleSecondo la USP (United States Pharmacopeia) 1.0 g di olio non deve contenere meno di 850 unità USP (225 µg) di vitamina A e non meno di 85 unità USP (2,125 µg) di vitamina D; possono essere aggiunte idonee sostanze aromatizzanti, in quantità non superiori all’1%.

L’olio è particolarmente ricco di omega-3, il contenuto in EPA e DHA va da un minimo del 7- 6 % a un massimo del 16-18 % in peso rispettivamente. Il contenuto massimo di questi e di altri omega-3 può raggiungere il 60 % in peso.

E’ stato riportato che l’assunzione di 5 ml di olio di fegato di merluzzo può soddisfare ampiamente la richiesta dietetica giornaliera di vitamina A e D nell’adulto e nel bambino. L’assunzione in forma liquida può risultare disgustosa a causa del cattivo sapore dell’olio (come ben sanno o ci hanno raccontato i nostri nonni o bisnonni), pertanto, e in particolare come integratore, viene commercializzato sottoforma di perle farmaceutiche da inghiottire.

fig-7-omega-3-capsuleIn passato l’olio di fegato di merluzzo è stato impiegato come lassativo e nella profilassi del rachitismo nei bambini e dell’osteoporosi negli adulti causa carenza vitaminica.

fig-8-olio-di-fegato-di-merluzzo-bambiniPassiamo in rassegna le principali proprietà terapeutiche attribuite a questo prodotto.

Cancro. Non sembra vi siano evidenze che a un maggior consumo di pesce sia associato un minor rischio per tutte le possibili patologie cancerose [1], lo stesso vale per l’integrazione con omega-3 [2]. In pazienti con tumori in stadio avanzato l’integrazione con omega-3 può essere di beneficio nel migliorare la qualità della vita [3]. Il tentativo di correlare l’assunzione di omega-3 a un minor rischio di cancro al seno e alla prostata ha fornito dati inconcludenti [4].

Malattie cardiovascolari. Non vi sono evidenze cliniche a sostegno della supplementazione con omega-3 per la prevenzione di malattie cardiovascolari, incluso infarto del miocardio e ictus [5]. Tuttavia, l’assunzione di un grammo o più al giorno per almeno un anno può avere effetti protettivi da infarti o ictus in persone che hanno già sofferto di disturbi cardiaci [6]. L’evidenza suggerisce che gli acidi grassi abbassano la pressione arteriosa (sistolica e diastolica) sia in soggetti con ipertensione sia in persone con pressione sanguigna normale [7]. Alcune evidenze suggeriscono che le persone con problemi circolatori, come le vene varicose, possono trarre beneficio dal consumo di EPA e DHA, che stimolano la circolazione sanguigna e aumentano la rottura della fibrina, una proteina coinvolta nella coagulazione del sangue [8].

Infiammazioni. Per l’artrite reumatoide (RA), una revisione sistematica ha trovato una correlazione positiva, anche se modesta, fra gli effetti dell’olio di pesce e sintomi come gonfiore, dolore, durata della rigidità mattutina, analoghi a quelli prodotti dall’uso di farmaci anti-infiammatori non steroidei [9]. L’American College of Rheumatology (ACR) ha dichiarato che si possono ottenere modesti benefici dall’uso di oli di pesce, ma che potrebbero essere necessari mesi per rilevarne effetti, e mette in guardia su possibili effetti collaterali gastrointestinali e la possibilità di supplementi contenenti mercurio o vitamina A a livelli tossici.

Disturbi del comportamento e dello sviluppo cognitivo. Anche se non sostenuta da prove scientifiche certe, una supplementazione con omega-3 è stata raccomandata a bambini che soffrono di deficit di attenzione/iperattività (ADHD), autismo o altri disturbi dello sviluppo [10].

Una meta-analisi ha concluso che tale supplementazione ha avuto esiti modesti nel ridurre i sintomi di ADHD, un altro studio afferma che “ci sono poche prove che la supplementazione di PUFA (Poly Unsaturated Fatty Acids) fornisca qualche beneficio nei bambini e negli adolescenti” [11]. Un’altra ricerca ha trovato evidenze inconcludenti per l’uso di acidi grassi omega 3 nei disturbi del comportamento e disordini neuropsichiatrici non-degenerativi come l’ADHD e la depressione [12].

Il legame tra omega-3 e la depressione è stato ipotizzato in base al fatto che alcuni prodotti della biosintesi di omega-3 svolgono un ruolo chiave nella regolazione delle infiammazioni, come ad es. la prostaglandina E3 che è stata collegata alla depressione [13]. Questo collegamento alla regolazione dell’infiammazione è stato confermato sia in vitro che in vivo come pure da studi di meta-analisi.

Il meccanismo esatto in cui gli omega-3 agiscono sul sistema infiammatorio è ancora controverso [14]. Ci sono alcune prove che gli acidi grassi omega-3 possano essere utili per il trattamento della depressione associata a disturbo bipolare. Tuttavia benefici significativi dovuti alla supplementazione di EPA sono stati osservati solo sui sintomi depressivi, non su quelli maniacali, il che suggerisce un legame tra omega-3 e il solo umore depresso [15]. Vi è,comunque, una significativa difficoltà di interpretazione dei risultati a causa di differenze sistematiche nelle diete dei soggetti coinvolti nella sperimentazione o addirittura di errori sistematici (bias) nel trattamento statistico dei dati.

Demenza senile. Gli studi epidemiologici su possibili effetti degli omega-3 sui meccanismi della malattia di Alzheimer sono inconcludenti [16]. Ci sono evidenze preliminari di un qualche effetto su problemi cognitivi lievi [17], ma nulla riguardo differenze fra persone sane e persone affette da demenza.

Dermatiti atopiche. I risultati di studi che hanno valutato il ruolo dell’integrazione di acidi grassi omega-3 nella prevenzione e terapia delle dermatiti atopiche (rinocongiuntivite allergica, dermatite atopica e asma allergica) sono controversi. Pertanto, allo stato attuale delle conoscenze, non si può affermare né che l’apporto nutrizionale di acidi grassi omega-3 abbia un ruolo preventivo o terapeutico né che l’assunzione di questi prodotti abbia un ruolo nella promozione di malattie atopiche [18].

Da quanto sopra esposto risulta chiaro che gli acidi grassi polinsaturi omega-3 non possono essere considerati una cura per il trattamento e prevenzione delle malattie prese in considerazione. Essi, al pari di altri integratori, sono utili nei casi di carenza di questi importanti fattori che intervengono nel corretto funzionamento dell’organismo umano mantenendolo in salute.

La deficienza si manifesta ovviamente in caso di malattie, l’integrazione avrà quindi il compito di ristabilire il normale equilibrio, riducendo nel contempo i sintomi del malanno che sarà curato con i farmaci appropriati.

fig-9Da ultimo, ma non meno importante, va detto che il mercato degli omega-3 ha un fatturato annuo di miliardi di dollari con enormi guadagni dato anche il basso costo della materia prima, non sorprende quindi il volume pubblicitario di persuasione su questo prodotto.

Riferimenti.

[1] Sala-Vila A. et al. Update on the relationship of fish intake with prostate, breast, and colorectal cancers. Critical reviews in food science and nutrition2011, 51, 855–71.

[2] MacLean C.H. et al. Effects of omega-3 fatty acids on cancer risk: a systematic review. JAMA: The Journal of the American Medical Association2006, 295, 403–15.

[3] Colomer R. et al. N-3 fatty acids, cancer and cachexia: a systematic review of the literature”, Br. J. Nutr., 200797, 823–31.

[4] Heinze V.M, Actis A.B. Dietary conjugated linoleic acid and long-chain n-3 fatty acids in mammary and prostate cancer protection: a review. International journal of food sciences and nutrition2012, 63, 66–78.

[5] Billman, George E. The effects of omega-3 polyunsaturated fatty acids on cardiac rhythm: a critical reassessment, Pharmacology & Therapeutics2013, 140, 53–80.

[6] Casula M. et al. Long-term effect of high dose omega-3 fatty acid supplementation for secondary prevention of cardiovascular outcomes: A meta-analysis of randomized, placebo controlled trials [corrected], .Atherosclerosis Supplements, 2013, 14, 243–51.

[7] Miller P.E., Van Elswyk M., Alexander D.D. (July 2014). Long-chain omega-3 fatty acids eicosapentaenoic acid and docosahexaenoic acid and blood pressure: a meta-analysis of randomized controlled trials, .American Journal of Hypertension2014, 27, 885–96.

[8] Morris M.C., Sacks F., Rosner B. (1993). Does fish oil lower blood pressure? A meta-analysis of controlled trials”Circulation, 1993, 88, 523–33.

[9] Miles E.A., Calder P.C. Influence of marine n-3 polyunsaturated fatty acids on immune function and a systematic review of their effects on clinical outcomes in rheumatoid arthritis. The British journal of nutrition. 2012, 107 , Suppl 2(S2), S171–84.

[10] Levy S.E., Hyman S.L., Novel treatments for autistic spectrum disorders. Ment Retard Dev Disabil Res Rev., 2005, 11, 131–42.

[11] Gillies D. et al. Polyunsaturated fatty acids (PUFA) for attention deficit hyperactivity disorder (ADHD) in children and adolescents, The Cochrane database of systematic reviews2012, 7: CD007986.

[12] Ortega R.M. et al., (June 2012). Effects of omega-3 fatty acids supplementation in behavior and non-neurodegenerative neuropsychiatric disorders. The British journal of nutrition. 2012, 107 Suppl 2(S2), S61–70.

[13] Ruxton C.H.S. et al. The impact of long-chain n-3 polyunsaturated fatty acids on human health. Nutrition Research Reviews2005, 18, 113–29.

[14] Bucolo C. et al., Omega-3 fatty acids and depression: Scientific evidence and biological mechanisms, Oxidative Medicine and Cellular Longevity2014: 1–16.

[15] Montgomery, P., Richardson A.J., Omega-3 fatty acids for bipolar disorder, Cochrane database of systematic reviews (Online), DOI: 10.1002/14651858.CD005169.pub2

[16] Cederholm T, Palmblad J. (March 2010). Are omega-3 fatty acids options for prevention and treatment of cognitive decline and dementia?”. Current Opinion in Clinical Nutrition and Metabolic Care2010, 13, 150–55.

[17]  Forbes, S.C. et al. Effect of Nutrients, Dietary Supplements and Vitamins on Cognition: a Systematic Review and Meta-Analysis of Randomized Controlled Trials., Canadian Geriatrics Journal, 201518, 231–45.

[18] Lohner S, Decsi T. Role of Long-Chain Polyunsaturated Fatty Acids in the Prevention and Treatment of Atopic Diseases. In: Polyunsaturated Fatty Acids: Sources, Antioxidant Properties and Health Benefits (edited by: Angel Catalá). NOVA Publishers. 2013. Chapter 11, pp. 1–24

[1] Nella nomenclatura standard IUPAC si inizia a contare a partire dal carbonio carbossilico da cui il nome acido octadecatrienoico, comunemente acido α-linolenico.

[2] Una gigante fra le più importanti industrie produttrici di omega-3.


Tagged: acido cervonico, acido eicosapentaenoico, acido α-linolenico, acido timnodonico, DHA, olio di fegato di merluzzo, omega-3

Il chimico e l’arte della pazienza

6 gennaio, 2017 - 07:34

Mauro Icardi

Spesso tra i motti di spirito ed i proverbi si cita quello che dice che “la pazienza è una virtu’”.
Mi trovo d’accordo con questa affermazione, ed in particolare se faccio come tutti un bilancio del 2016 appena trascorso e rifletto su come la pazienza sia una dote del chimico.
Molto del lavoro che un chimico svolge in un laboratorio che si occupa di controllo delle acque si esegue ormai con l’ausilio di strumenti e tecniche più o meno sofisticate (dalla gascromatografia alla spettrofotometria di assorbimento atomico).
Ma non sono state sostituite del tutto e credo non lo saranno mai le tecniche di base, quali la volumetria con le titolazioni per esempio della durezza dell’acqua, o la distillazione dell’ammonio sui campioni di acque reflue con il metodo messo a punto da Johan Kjeldhal nei laboratori della Carlsberg che risale al 1883.Kjeldahl.jpg

Ho già avuto modo di dire come queste tecniche e metodiche possano fornire una buona base di conoscenza per chi lavora in laboratorio.
Ma nella mia esperienza personale ho finito per rendermi conto che una dote come la pazienza sia necessaria.
Chi conosce il lavoro di laboratorio o lo pratica è portato a pensare che la si debba esercitare durante i delicati lavori di pesatura su bilancia analitica magari mentre si sta procedendo alla preparazione per esempio dell’eluente per il cromatografo ionico.
In effetti ricordo che a molte persone sia chimici che non, per esempio stagisti o tesisti universitari, questa era un’operazione che risultava piuttosto indigesta.
Anche la semplice accortezza per portare a volume un matraccio tarato o la necessità di effettuare la titolazione goccia a goccia sono attività che facevano sbuffare qualcuno.
Anche me prima che mi accorgessi invece che sono un’essenza del lavoro, della metodicità che occorre avere e che mi trovassi a riflettere per esempio su cosa avveniva ad ogni aggiunta di titolante nel campione che analizzavo.
Ma in fin dei conti se nel senso comune si è portati a pensare che occorra pazienza per lo svolgimento di analisi che prevedano tecniche analitiche “tradizionali”, non molti sanno oppure hanno sperimentato che ci si debba armare di pazienza anche nella pratica dell’analisi strumentale.
Tralasciando la messa a punto degli strumenti in fase di avvio, la messa a punto dei metodi e la costruzione di rette di taratura idonee, anche la semplice attività di routine può mettere alla prova il grado di pazienza di un chimico analista.
Ho già avuto modo di dire che la pazienza il chimico la deve avere con coloro che aspettano da lui i risultati delle analisi. La tendenza a pensare che la determinazione per esempio di un’analisi di metalli su un campione di fango sia quasi immediata è nota e consolidata. La mineralizzazione del campione e l’aspetto preparativo viene solitamente tralasciato.
Ma per esempio nell’esecuzione di una semplice analisi di routine di acque potabili può essere necessario esercitarla.
Qualche volta lo strumento sembra esserti nemico. Uno strumento analitico non è composto solamente da una parte ottica o da colonne di separazione nel caso della cromatografia.
Ci sono circuiti idraulici con molti tubicini capillari che, nonostante la manutenzione programmata e le procedure di qualità spesso decidono di rompersi o di ostruirsi ovviamente quando il numero di campioni è notevole e si è vincolati da urgenze.
Questa cosa mi è capitata facendomi pensare alla assoluta veridicità della “Legge di Murphy”.

legge-di-murphy

La legge di Murphy è un insieme di paradossi pseudo-scientifici a carattere ironico e caricaturale.
« Se qualcosa può andar male, andrà male. (o, in altra versione o forse traduzione più letteraria, “se qualcosa può andar male, lo farà“) »
Nel mio caso mi ha sempre colpito questa: « La probabilità che qualcosa accada è inversamente proporzionale alla sua desiderabilità. »
L’esperienza porta ad essere preparati e forniti di materiali di ricambio per far fronte a problemi di questo genere.
Diverso è il caso di malfunzionamenti che dipendono invece dal software dello strumento oppure da sbalzi di tensione che non dovrebbero capitare ma capitano. Nel primo caso si va con la memoria a ricordarsi di tutti i trucchetti che si conoscono nell’uso del pc, dal semplice riavvio a tutte le verifiche del caso.
Qualche volta i software sono ormai obsoleti, ma la resistenza a sostituirli (motivata da validissime ragioni economiche) può provocare inconvenienti molto fastidiosi. Caso verificatosi recentemente, lo spegnimento fortuito di un pc e il mancato arresto del software di un cromatografo ionico che ha lavorato fino ad esaurire i reagenti . Qui la fortuna ha aiutato il chimico, perché al mattino dopo rilevato l’inconveniente si è capito che lo strumento aveva lavorato poco senza eluente.
La pazienza è stata utilizzata successivamente ripreparando tutti i reagenti e verificando l’integrità del circuito idraulico, della tenuta dei vari pistoncini delle pompe e la capacità di risoluzione della colonna.
Questo è un episodio inusuale certamente, ma situazioni in cui ci vuole pazienza nel lavoro di laboratorio sono le più diverse. Anche la verifica della corretta posizione di un fornetto di grafite e dell’allineamento del dispensatore di un autocampionatore. Sono piccole battaglie giornaliere, sudate e vinte
E a pensarci bene non sono inutili. Gli inconvenienti aiutano a costruire un bagaglio di esperienze necessario. Anzi indispensabile.
E per concludere non si può che citare ancora una volta Primo Levi che nel racconto “Arsenico” fa dire al ciabattino che ha portato ad analizzare lo zucchero contaminato dall’Arsenico questa frase.
Bel mestiere anche il vostro: ci va occhio e pazienza. Chi non ne ha è meglio che se ne cerchi un altro.


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Reinventare il ruolo della Chimica nella Società

3 gennaio, 2017 - 17:08

 Vincenzo Balzani, Università di Bologna

Coordinatore del gruppo di scienziati energiaperlitalia

 La Chimica: ieri

Negli ultimi decenni, e in parte ancora oggi, sui mezzi di comunicazione la Chimica ha fatto e fa notizia principalmente in relazione a guerre, disastri ecologici, inquinamento e sofisticazioni. Ne consegue che, anche fra persone di una certa cultura, la Chimica è percepita come una scienza malvagia, di cui diffidare. Ma come accade per tutti gli strumenti che la scienza e la tecnica mettono nelle mani dell’uomo, da un semplice coltello all’energia nucleare, malvagio non è lo strumento in sé, ma chi lo usa senza le dovute cautele o, peggio, per fare del male deliberatamente.

Negli ultimi 100 anni la Chimica ha portato enormi benefici all’umanità. Ha fornito potenti fonti di energia, vaccini e farmaci capaci di prevenire e curare molte malattie, materiali con proprietà eccezionali come i polimeri, le materie plastiche e i semiconduttori, fertilizzanti per lo sviluppo dell’agricoltura e molto altro ancora. Si può dire che non c’è nulla di quello che usiamo che non sia stato fabbricato dai chimici o basato sui materiali che i chimici hanno ideato. La Chimica, però, deve anche riconoscere la sua responsabilità nell’aver creato strumenti di distruzione e di morte come esplosivi e armi chimiche e nell’aver contribuito, spesso senza volerlo, a volte addirittura senza saperlo, all’insorgere di gravi problemi a livello locale e globale. Nell’ultimo secolo, infatti, la grande accelerazione nell’attività dell’uomo ha coinvolto la Chimica in molti modi e con risultati spesso disastrosi, come il danneggiamento dello strato protettivo di ozono, il riscaldamento del pianeta, l’inquinamento atmosferico e lo sfruttamento senza limiti delle risorse naturali. L’effetto dell’attività umana degli ultimi decenni sulle caratteristiche del pianeta è ritenuto epocale, come dimostra il nome Antropocene ormai comunemente adottato per indicare l’epoca presente [1].

I chimici sono stati fra gli scienziati più attivi nel forgiare, nel bene e nel male, questa nuova epoca.

L’astronave Terra

Il pianeta Terra su cui viviamo è una specie di astronave che viaggia nell’infinità dell’Universo. E’ un’astronave del tutto speciale perché non potrà mai “atterrare” in nessun luogo per fare rifornimento, per essere riparata o per sbarazzarsi dei rifiuti che vi si accumulano. L’unico rapporto con l’esterno è la luce che riceve dal Sole, risorsa fondamentale per la vita dei 7,3 miliardi di passeggeri.

La prima cosa di cui essere consapevoli è che il pianeta Terra ha dimensioni “finite” [2]. Pertanto, le risorse di cui disponiamo sono limitate ed è limitato anche lo spazio in cui collocare i rifiuti. Si tratta di una realtà innegabile; eppure, spesso, anche i chimici non ne hanno tenuto conto. Molti economisti, poi, sembrano addirittura non saperlo.

Nel 1980, le risorse utilizzate estratte dalla Terra ammontavano a 40 miliardi di tonnellate; nel 2015 sono salite a circa 70 miliardi di tonnellate, pari a 27 kg per persona al giorno. Alle risorse utilizzate vanno aggiunte quantità da due a tre volte maggiori di risorse estratte, ma difficili da usare, rapporto che aumenta costantemente man mano che i depositi di risorse più ricchi si vanno esaurendo [3]. Ci si può chiedere: rimarrà qualcosa per le future generazioni?

Le dimensioni finite del pianeta hanno conseguenze anche per quanto riguarda la collocazione dei rifiuti che si producono ogni volta che si usano risorse [4]; non possiamo sbarazzarcene collocandoli in un inesistente “non luogo”. I rifiuti finiscono inesorabilmente sotto terra, sulla superficie della terra, sulla superficie o sul fondo dei mari e nell’atmosfera; in ogni caso, con conseguenze poco piacevoli. Le scorie di materie plastiche che si sono accumulate nell’Oceano Pacifico formano un’ “isola” grande come l’Europa. La quantità di anidride carbonica riversata in atmosfera supera i 30 miliardi di tonnellate all’anno e, come sappiamo, causa un aumento dell’effetto serra ed i conseguenti cambiamenti climatici. Il particolato fine generato dai motori a combustione ha causato nel 2012 più di 941.000 morti premature in Europa, 84.000 delle quali in Italia. Ci sono poi le scorie delle centrali nucleari, pericolose per decine di migliaia di anni, che nessuno sa dove collocare. Cosa diranno le prossime generazioni dei danni, in parte irreversibili, che abbiamo creato con i nostri rifiuti all’astronave su cui anche loro dovranno viaggiare?

Alla Conferenza COP21 tenutasi nel dicembre 2015 a Parigi [5], 185 nazioni hanno concordemente riconosciuto che il cambiamento climatico, causato dall’uso dei combustibili fossili, è il problema più preoccupante per l’umanità e nell’Enciclica Laudato si’ [6] papa Francesco ha ammonito: “Il ritmo di consumo, di spreco e di alterazione dell’ambiente ha superato le capacità del pianeta, in maniera tale che lo stile di vita attuale, essendo insostenibile, può sfociare solamente in catastrofi”.

La nostra è la prima generazione che si rende conto di questa situazione di crisi e quindi è anche la prima (qualcuno dice che potrebbe essere l’ultima) che può e deve cercare rimedi [4].

Economia lineare ed economia circolare

Dovrebbe essere ormai chiaro a tutti che non è possibile continuare con l’attuale modello di sviluppo basato sull’economia lineare (Figura 1) che parte dall’ingannevole presupposto [7] che le risorse siano infinite e che non ci siano problemi per la collocazione dei rifiuti.

antropocene21Figura 1. Schema del sistema economico lineare oggi adottato, basato sul falso presupposto che le risorse siano infinite e che non ci siano problemi per la collocazione dei rifiuti.

Non è possibile continuare col consumismo e con “l’usa e getta”. Questo tipo di economia ci sta portando sull’orlo del baratro ecologico [8] ed è la causa delle crescenti, insostenibili disuguaglianze [9]. Il papa, nell’enciclica Laudato si’ [6], lancia un appello accorato: “Di fronte al deterioramento globale dell’ambiente, voglio rivolgermi a ogni persona che abita questo pianeta. Ciò che sta accadendo ci pone di fronte all’urgenza di procedere in una coraggiosa rivoluzione culturale”.

Uno dei punti cardine della rivoluzione culturale, di cui c’è tanto bisogno, è il passaggio dall’economia lineare all’economia circolare. In questo modello di sviluppo alternativo (Figura 2), l’energia usata proviene da fonti rinnovabili e le risorse della Terra vengono usate in quantità il più possibile limitate (risparmio) e in modo intelligente (efficienza) per fabbricare oggetti programmati non solo per essere usati, ma anche per essere riparati, raccolti e riciclati per fornire nuove risorse.

antropocene22Figura 2. Schema di un sistema economico circolare basato sul concetto che le risorse naturali sono limitate ed è limitato anche lo spazio in cui mettere i rifiuti. Tutta l’energia usata è ricavata da fonti rinnovabili.

La differenza fondamentale fra economia lineare e economia circolare riguarda l’energia, che è la risorsa chiave di ogni sistema economico. L’economia lineare è basata sui combustibili fossili, una fonte in via di esaurimento, mal distribuita sul pianeta e causa di danni gravissimi all’ambiente e alla salute dell’uomo. L’economia circolare, invece, utilizza l’energia solare e le altre fonti di energia (eolica, idrica) ad essa collegate: abbondanti, inesauribili e ben distribuite. Gli ammonimenti degli scienziati [10], le direttive dell’Unione Europea, le decisioni prese alla Conferenza COP21 di Parigi sui cambiamenti climatici [5] e la bellissima enciclica Laudato si’ di papa Francesco [6] sostengono la necessità di accelerare la transizione dai combustibili fossili alle energie rinnovabili.

 

La Chimica: scienza centrale

La Chimica è una scienza centrale (Figura 3) che, col suo linguaggio, quello degli atomi e delle molecole, invade e pervade numerosi altri campi del sapere e fa da tramite per molte altre scienze. Ha quindi davanti a sé immensi territori da esplorare. Ha dato nuove prospettive alla biologia, che nella sua versione più avanzata, infatti, prende il nome di biologia molecolare e che a sua volta ha profondamente rivoluzionato il campo della medicina.

antropocene23Figura 3. La Chimica: una scienza centrale.

Solo la Chimica potrà dare risposte ad alcune domande fondamentali: come si è originata la vita? come fa il cervello a pensare? c’è vita su altri pianeti?

La Chimica è il fondamento di discipline di primaria importanza come la scienza dei materiali e l’ecologia. Solo con il contributo della Chimica si potranno trovare soluzioni ai quattro grandi problemi che l’umanità deve risolvere per continuare a vivere bene su questo pianeta, senza comprometterne l’uso alle future generazioni: alimentazione (cibo e acqua), salute e ambiente, energia e informazione.

La Chimica è la scienza che ha maggior impatto sulla società. Quindi, può e deve giocare un ruolo guida in questo periodo storico caratterizzato dall’inevitabile transizione dall’economia lineare all’economia circolare e dai combustibili fossili alle energie rinnovabili.

Innovazione

L’innovazione è e rimarrà sempre il motore della crescita e dello sviluppo. Ma oggi sappiamo che crescita e sviluppo devono essere governati non più dal consumismo, ma dalla sostenibilità ecologica e sociale [11]. Un’innovazione volta soltanto ad aumentare i consumi e ad accrescere le disuguaglianze, come è accaduto negli scorsi decenni, è la ricetta per accelerare la corsa verso la catastrofe di cui parla anche papa Francesco.

Le prime cose da innovare, quindi, sono istruzione e cultura. Bisogna far sapere a tutti i cittadini, in particolare ai giovani, quale è la situazione reale del mondo in cui viviamo riguardo risorse, rifiuti e disuguaglianze. L’istruzione è in gran parte di competenza dello Stato, ma anche a livello locale si può fare molto. Lo possono fare, con opportuni corsi di aggiornamento, i comuni, le regioni, le confederazioni degli industriali e degli artigiani. Lo possono fare le grandi e anche le piccole imprese con appositi stages per gli studenti. Possono contribuire con iniziative culturali le Fondazioni bancarie, le parrocchie e le associazioni di ogni tipo.

Un esempio di innovazione sbagliata è la conversione delle raffinerie di petrolio in bioraffinerie, anziché la loro definitiva chiusura con ricollocazione del personale in altri settori. Infatti: 1) le bioraffinerie sono alimentate con olio di palma proveniente in gran parte dall’Indonesia e dalla Malesia, dove per far posto alle piantagioni di palma vengono compiute estese deforestazioni con gravi danni per il territorio e per il clima; 2) i biocarburanti prodotti dall’olio di palma hanno un EROI (Energy Returned on Energy Invested) mai dichiarato, ma certamente minore di 1, cioè forniscono una quantità di energia minore di quella spesa per produrli; 3) fra pochi anni ci si accorgerà che anche le bioraffinerie sono ecologicamente ed economicamente insostenibili e si riproporrà il problema della ricollocazione del personale. Quindi, le bioraffinerie non aiutano a risolvere la crisi energetico-climatica e neppure quella occupazionale.

Un altro esempio di innovazione sbagliata è l’accordo fra Governo, Regione Emilia-Romagna e Audi (l’azienda tedesca che possiede la Lamborghini) per la produzione del nuovo SUV Lamborghini a Sant’Agata Bolognese; un accordo celebrato da alcuni politici ed industriali come straordinario esempio di innovazione [12]. Ma tutti sanno che c’è poco o nulla da innovare nei motori a scoppio, usati da più di un secolo. Se si vuol fare innovazione nel campo delle automobili, oggi la si può fare solo sulle auto elettriche: motori elettrici, batterie (settore che riguarda direttamente la Chimica), dispositivi di ricarica veloce, ecc. Oppure si può fare innovazione per produrre combustibili sintetici mediante elettrolisi dell’acqua (utilizzando elettricità da fonti rinnovabili) e successive reazioni fra l’idrogeno così ottenuto e CO2 [13].

Per capire quanto poco innovativo sia il SUV Lamborghini, che entrerà nel mercato presumibilmente nel 2018, basta pensare che nel 2025 Olanda, Norvegia e anche India prevedono di vietare la vendita ad auto con alimentazione a benzina o gasolio [14‎]. Con la sua mostruosa potenza di 600 CV, il SUV Lamborghini è un emblema del consumismo e della “civiltà” dell’usa e getta, dalla quale le vere innovazioni dovrebbero farci uscire. Col suo costo di 250.000 euro, è anche l’icona delle disuguaglianze, causa prima dell’insostenibilità sociale.

Alcuni campi di sviluppo dell’industria Chimica

 

Nuovi materiali

La caratteristica fondamentale della nostra epoca è il continuo aumento della complessità. Basti pensare che mentre fino al 1990 tutto ciò che c’era in una abitazione era costituito da meno di 20 elementi, oggi in uno smartphone ci sono più di quaranta elementi diversi. Da qualche tempo destano molto interesse elementi relativamente scarsi e finora trascurati, per i quali si prevede un crescente uso nei dispositivi ad alta tecnologia. Il Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti ha identificato sei elementi critici per le industrie americane: disprosio, europio, erbio, neodimio, ittrio e indio. Nell’Unione Europea, che è povera di risorse minerarie e ha industrie maggiormente diversificate, gli elementi critici sono più di venti. Per contrastare la scarsità di certi elementi si possono adottare varie strategie: 1) fare con meno; 2) riciclare; 3) individuare elementi più abbondanti che possano sostituire nei processi industriali quelli che scarseggiano; 4) reinventare i processi industriali sulla base dei materiali più facilmente disponibili.

E’ chiaro che in ciascuna di queste strategie c’è ampio spazio per la ricerca e l’industria chimica.

 

Energia

La transizione energetica, già avviata, dai combustibili fossili alle energie rinnovabili ha molto bisogno della Chimica. L’energia solare è abbondante, ma deve essere convertita nelle energie di uso finale: calore, elettricità e combustibili. Ad esempio, la quantità di energia elettrica ricavabile dai 170 Wm-2 di potenza solare media dipende dalla nostra capacità di costruire pannelli, accumulatori e altri dispositivi con le risorse della Terra. Spesso è necessario usare elementi chimici poco abbondanti, come litio, selenio e neodimio, per cui i “reagenti limitanti” nell’utilizzo delle energie rinnovabili spesso non sono i fotoni del Sole, ma gli atomi della Terra, con tutti i problemi prospettati nella sezione precedente. Accade così che mentre la transizione dall’economia lineare all’economia circolare deve fare fulcro sulle energie rinnovabili, la disponibilità di queste ultime è a sua volta legata all’uso delle materie prime secondo i principi dell’economia circolare: risparmio, efficienza e riciclo (Figura 2).

Chimica verde

L’industria chimica in passato aveva come unico traguardo un’alta resa di produzione, senza troppe preoccupazioni per la compatibilità ambientale dei prodotti, sottoprodotti, rifiuti, solventi e catalizzatori, nonché per i consumi idrici ed energetici; a volte, non si è valutata con cura neppure la potenziale pericolosità degli impianti. Nell’ultimo decennio sono stati fatti notevoli progressi, ma molto c’è ancora da fare per giungere ad un Chimica sostenibile, cioè che fornisca quello di cui abbiamo bisogno senza far danni al pianeta e ai suoi abitanti.

Chimica per il Terzo Mondo

Miliardi di persone vivono in paesi tecnologicamente sottosviluppati dove i sofisticati e costosi processi chimici dell’industria non si possono utilizzare. In questi paesi la Chimica deve inventare soluzioni tecnicamente accessibili ed economicamente sostenibili per risolvere problemi di base legati all’acqua, al cibo e all’energia.

 

Monitoraggio, raccolta di informazioni

Un campo particolarmente importante della Chimica è quello dei sensori per monitorare l’ambiente, i cibi, i materiali, le merci, la salute dell’uomo e la sicurezza pubblica. Per esempio, nella difesa contro il terrorismo la Chimica può dare un contributo fondamentale nel prevenire l’attacco, nel controllarlo e nel fornire prove sull’accaduto. In un mondo che diventa via via più complesso e globalizzato ci sarà sempre più bisogno di raccogliere ed elaborare informazioni anche per svelare truffe come, ad esempio, quella messa in atto dalle case automobilistiche, in particolare dalla Volkswagen, per quanto riguarda il livello di sostanze inquinanti prodotte.

Conclusioni

Negli ultimi decenni il mondo è profondamente cambiato. Siamo in una nuova era, l’Antropocene [1], che anche la Chimica ha contribuito a forgiare. Appare evidente che i progressi della scienza e della tecnologia e l’uso dei combustibili fossili [15] hanno rafforzato le mani dell’uomo, ma hanno aumentato la fragilità del pianeta. Scienziati e filosofi sono preoccupati per il futuro dell’umanità. Secondo Zygmunt Bauman, la scienza e la tecnica hanno fatto vincere all’uomo molte battaglie contro la Natura, ma ora rischiano di farci perdere la guerra causando l’irreversibile degrado del pianeta. Hans Jonas ha scritto che è lo smisurato potere che ci siamo dati, su noi stessi e sull’ambiente ad imporci di sapere che cosa stiamo facendo e di scegliere in quale direzione vogliamo inoltrarci. Umberto Galimberti è più pessimista: “L’uomo è impotente contro la scienza, perché la scienza è più forte dell’uomo. La domanda non è più cosa possiamo fare noi con la scienza e la tecnica, ma che cosa la scienza e la tecnica possono fare di noi”.

In questo quadro, è evidente che molte cose devono cambiare nella politica, nell’economia e nella scienza. La Chimica, la scienza che più interagisce con l’uomo e con l’ambiente, deve reinventare il suo ruolo in questo nuovo mondo. Ha il dovere di trovare soluzioni per i problemi che essa stessa ha contribuito a creare in passato e deve svolgere un compito di importanza fondamentale: mettere a disposizione dell’umanità energia, materiali e prodotti di sintesi senza compromettere l’integrità dell’ambiente e la salute dell’uomo. Il ruolo che la Chimica deve giocare, oggi e domani, è quindi addirittura più importante di quello che ha svolto in passato. Infatti, anziché sfruttare opportunità per un generico sviluppo industriale, deve contribuire a risolvere problemi urgenti, quali il cambiamento climatico, l’inquinamento, la conversione delle energie rinnovabili in energie di uso finale, la disponibilità di cibo e acqua, il recupero dei materiali, la preparazione di farmaci per le popolazioni del terzo mondo e la riduzione delle disuguaglianze. E non c’è dubbio che dall’impegno volto a risolvere questi problemi pratici nasceranno nuove idee e scoperte fondamentali.

C’è molto bisogno di una nuova Chimica e quindi di giovani che vi si dedichino, consapevoli della grande missione che li aspetta.

[1] V. Balzani, Sapere, agosto 10-15, 2015,

[2] N. Armaroli, V. Balzani: Energia per l’astronave Terra, Zanichelli, 2011.

[3] U. Bardi: Extracted: How the Quest for Mineral Wealth Is Plundering the Planet, Chelsea Green, White River Junction, Vermont (USA), 2014.

[4] V. Balzani, M. Venturi: Energia, risorse, ambiente, Zanichelli, 2014.

[5] http://www.accordodiparigi.it/

[6] Francesco: Laudato si’, Lettera enciclica sulla cura della casa comune, Paoline Editoriale Libri, 2015.

[7] http://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/La-fuga-dalla-realta-e-il-mito-della-crescita-infinita

[8] L.R Brown: World on the Edge: How to Prevent Environmental and Economic Collapse, Earth Policy Institute, Washington (DC), 2011.

[9] T. Piketty: Disuguaglianze, Università Bocconi Editore, 2014

[10] http://ar5-syr.ipcc.ch/

[11] V. Balzani, La Chimica e l’Industria, ottobre 2016 (in stampa)

[12] http://www.regione.emilia-romagna.it/notizie/2015/maggio/nuovo-suv-lamborghini-firmato-a-palazzo-chigi-protocollo-dintesa-tra-ministero-sviluppo-economico-e-regione

[13] N. Armaroli, V. Balzani, Chem. Eur. J., 22, 32–57, 2016

[14] www.huffingtonpost.it/…/auto-elettriche-olanda_n_9640970.html

[15] Nel 2015, su scala mondiale abbiamo consumato ogni secondo 250 tonnellate di carbone, 1000 barili di petrolio e 105.000 metri cubi di gas.

 


Tagged: antropocene, chimica, economia circolare, energie rinnovabili

Perché il blog cambia nome.

2 gennaio, 2017 - 08:54

“La Società Chimica Italiana (SCI) ospita l’accesso a questo blog dal proprio portale web nella convinzione di contribuire al rapporto fra chimica e società civile ed alla disseminazione della cultura chimica; al tempo stesso ne sancisce l’assoluta autonomia e sottolinea che nessuna responsabilità su quanto in esso pubblicato è ascrivibile alla SCI.”

a cura di Claudio Della Volpe.

Il blog della SCI è al suo quinto anno di lavoro; ha iniziato infatti a pubblicare il 14 novembre 2012 e da allora ha pubblicato oltre 600 fra post e pagine (150 all’anno, uno ogni due o tre giorni) con molte decine di autori diversi ricevendo fra 900 e 1000 contatti in media per ogni post, 14000 ogni mese; nell’ultimo anno sfiora i 160.000 contatti.

blogsci2017Dietro questa mole di lavoro c’è una redazione di meno di dieci persone che scrivono e discutono insieme e il contributo di tanti altri che ogni tanto inviano il loro testo o filmato.

Siamo partiti con un nome “il blog della SCI” che faceva riferimento all’ambiente da cui veniamo fuori in maggioranza, la SCI, anche perchè riteniamo che il blog sia un modo per comunicare fra di noi e con il grande pubblico che è uno dei compiti della Società Chimica; l’art. 2 del nostro statuto recita:scopo1Mentre tutti gli altri punti sono sostanzialmente al centro dell’impegno della SCI il secondo item del punto 1 dell’articolo 2

scopo2non vede al momento numerose le opportunità di realizzazione concreta; il blog ci sembrava e ci sembra dunque uno dei modi di realizzare concretamente questo obiettivo.

In effetti guardando dall’esterno la SCI si presenta come una associazione essenzialmente universitaria (sui 3500 soci attuali 2500 dichiarano al momento dell’iscrizione di essere in qualche modo legati all’università: docenti, studenti, dottorandi, precari); all’esterno della SCI, il mondo della chimica è molto più variegato, dato che l’università copre solo qualche percento dei quasi 100.000 chimici del nostro paese (un numero che non vuole essere una stima esatta) e fra i quali la maggioranza fa tutt’altro lavoro: industria, terziario, scuola. Si capisce dunque la difficoltà legata al compito a dir poco immane di stare legati fra chimici e di essere presenti fra la popolazione più in generale. Ora mentre al primo di questi obiettivi concorrono molte delle iniziative scientifiche come i congressi o le riviste, a quelle divulgative e didattiche sono dedicati molti meno sforzi, nonostante l’impegno notevole che la sezione didattica sta sviluppando meritoriamente in questi anni (si veda anche il nuovo sito in corso di costruzione). Per esempio è chiaro che anche una partecipazione massiva alle Olimpiadi della Chimica di per sé non può coprire le esigenze di formazione generalizzata verso la popolazione più in generale; ci vuole un’approccio che non può fare a meno oggi dell’uso dei media moderni, la rete prima di tutto, e che sia costante e che impegni risorse intellettuali adeguate.

Non si tratta qui di un desiderio personale (o perfino politicizzato come qualcuno ha detto di recente) ma di uno scopo statutario e direi anche di una esigenza basilare: la chimica o riacquista una immagine positiva presso il grande pubblico oppure scompare dal novero delle scienze affidabili per la popolazione, giusto mentre il suo ruolo di fatto diventa quello di uno strumento comune e necessario a tutti i rami della produzione, col rischio di divenire mezzo di controllo e dominio invece che mezzo di liberazione.

Abbiamo condotto varie battaglie in questi quattro anni e le rivendichiamo orgogliosamente: contro l’uso dei neonicotinoidi in agricoltura, per una presa di posizione sulla questione climatica, per la chiusura delle piattaforme estrattive marine, per il nome Levio ad uno dei nuovi elementi e altre ancora.

Si tratta di prese di posizione legittime, basate su argomenti scientifici, sulla letteratura pubblicata; qualcuno ci ha chiesto di non andare oltre, o ha perfino sostenuto che su argomenti di questo tipo la chimica non può parlare; noi pensiamo al contrario che sia nostro dovere come chimici parlare e far sentire il peso dell’argomentazione scientifica e razionale sul terreno delle scelte sociopolitiche, per l’energia e le risorse, un terreno sul quale spesso avviene il contrario: la scienza viene usata come strumento di potere o di giustificazione, non come strumento di comprensione e liberazione.

Il CC della SCI ci ha chiesto di cambiare nome per evitare ambiguità; qualcuno potrebbe fraintendere che le posizioni espresse da noi siano le posizioni della SCI e perfino usare legalmente questo argomento; anche se a malincuore obbediamo a questa richiesta; riconosciamo al CC un sostanziale equilibrio nella decisione che ci lascia le medesime possibilità di prima (lo stesso supporto globale da parte della SCI) col solo cambio del nome.

Contestiamo un punto; questo blog NON è una scelta personale, NON è uno strumento dei membri della redazione; esso è un luogo culturale e mentale necessario alla SCI per attuare il proprio statuto; si è fatto il paragone con i blog di alcune società chimiche estere, che sono o strettamente di comunicazione passiva oppure che sono i blog di alcuni singoli; la questione secondo noi dovrebbe essere posta diversamente, la SCI deve essere presente nell’agone pubblico e non si può sempre pretendere di avere posizioni univoche su tutto, ma non si può nemmeno evitare di prendere posizione, quando la scienza e la chimica sono poste in discussione, sono l’oggetto del contendere o lo strumento di decisione o di discernimento.

antropocene2Il nostro nuovo nome sarà diverso da quello della rivista storica: La Chimica e la Società; il nostro referente infatti è la società nel suo complesso, non una sua parte, e il nostro oggetto sarà la Chimica dell’Antropocene, intendendo con questo termine, proposto anche da alcuni Nobel per la Chimica, l’epoca geologica attuale fortemente caratterizzata dalle attività dell’uomo. La Chimica (come tutte le scienze applicate alla produzione, come una delle pochissime che dà il nome ad un settore produttivo indispensabile e che di fatto è supporto per tutti gli altri) ha il compito di custodire il pianeta e aiutare a ridurre le diseguaglianze mediante l’uso delle energie rinnovabili e l’economia circolare. Produrre linearmente, consumando risorse non rinnovabili e riempiendo la biosfera di rifiuti è un modo inaccettabile di fare chimica.

D’altronde i due aspetti naturali e sociali non sono separabili, non è possibile una soluzione solo tecnica che lasci invariate le tensioni legate ad una ineguale distribuzione delle risorse e della ricchezza.

La Chimica non può continuare a guardarsi l’ombelico, ma deve prendere coscienza del proprio ruolo produttivo indispensabile e farsi valere; dobbiamo acquisire quella indispensabile coppia di autorevolezza culturale e di indipendenza di giudizio che sole possono farci superare la crisi di credibilità che la chimica moderna vive: “chemical free” senza chimica è l’impossibile richiesta di quella parte ahimè maggioritaria di popolazione che non vede soluzioni all’invadenza ambientale e sociale di una scienza ridotta a mero strumento di profitto. Sta a noi fargli cambiare idea.

Mentre il nome, il motto del blog e il disclaimer cambiano rimangono invariati altri aspetti come i meccanismi di lancio dei post, il link in pagina web della SCI e i link dei vecchi files, oltre al piccolo supporto economico (100 euro) che ci consente di usare lo spazio WP.


Tagged: la chimica dell'antropocene

Come scoprire la materia oscura con lo spettroscopio.

30 dicembre, 2016 - 06:43

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo

a cura di Claudio Della Volpe

Il giorno di Natale 2016 è morta Vera Rubin, una della più grandi astronome di tutti i tempi e con la sua morte si è chiusa la possibilità di assegnarle il premio Nobel per la fisica (il premio può essere assegnato solo a scienziati viventi) per aver contribuito alla scoperta della materia oscura.

Come vedete non solo noi italiani avremmo da lamentarci per il comportamento delle commissioni Nobel, ma anche le donne; infatti delle 50 donne che hanno ricevuto il prestigioso riconoscimento (il 4%) solo 18 lo hanno ottenuto nelle materie scientifiche e di queste solo due in fisica (Marie Sklodowska e Maria Goeppert), Vera sarebbe stata la terza; casomai lo avrebbe condiviso con Jan Oort e Fritz Zwicky, morti anche loro. Ma non lo hanno ricevuto.

Cosa ha fatto di importante Vera?

Abbiamo già parlato di questi temi. Era nata nel 1928 da una famiglia dell’Europa dell’Est immigrata in USA; studiò fisica e si laureò in astronomia a Cornell.

rubin1

Vera Cooper Rubin at the Lowell Observatory. Kent Ford has his back to us. © Bob Rubin. Cit. da http://www.learner.org/courses/physics/unit/text.html?unit=10&secNum=2

Dato che era affascinata dal moto delle galassie la sua tesi fu su questo tema e scoprì che esisteva quello che oggi chiamiamo il superpiano galattico ossia il piano equatoriale del nostro gruppo “locale” di galassie; successivamente durante il suo dottorato alla Georgetwon University studiò proprio l’argomento dei gruppi locali di galassie e finalmente incontrò Kent Ford che aveva costruito il migliore spettrofotometro dell’epoca per applicazioni astronomiche basato su un sensibilissimo tubo fotomoltiplicatore. Le possibili applicazioni erano moltissime, ma per vari motivi legati all’uso del tempo macchina sui grandi telescopi decisero di usarlo per analizzare il moto di Andromeda, uno dei più begli oggetti celesti visibili nell’emisfero occidentale, una galassia che è anche per inciso la più vicina a noi, la nostra più stretta compagna di viaggio.

Questo lavoro pubblicato nel 1970 (dal quale sono tratte le immagini seguenti) segnò definitivamente la sua vita scientifica. Vera era al tempo l’unica donna autorizzata a mettere le mani sul prezioso telescopio da 5 metri di Monte Palomar, all’epoca il maggiore del mondo e fece fruttare le sue capacità.

rubin2Esaminò il moto di numerose zone della grande galassia e trovò un risultato sconcertante; tutto sommato il metodo è semplice e si può realizzare anche in modo casalingo seppure non a questo livello di sensibilità. Per esempio si può sfruttare da casa per misurare la velocità di rotazione del Sole con buona approssimazione. Si tratta di sfruttare l’effetto Doppler applicato alle radiazioni luminose; se un oggetto che emette radiazioni si avvicina o si allontana da noi succede quello che avviene anche con le oscillazioni sonore; se il generatore si allontana la frequenza diminuisce mentre se si avvicina la frequenza aumenta; (questo corrisponde a sentire più acute le sirene delle ambulanze che si avvicinano a voi e più profonde quelle che si allontanano). Fateci caso la prossima volta che un’ambulanza vi sorpassa.

rubin3Con la luce questo corrisponde al fatto che le radiazioni si spostano rispettivamente verso il violetto (si avvicina) o verso il rosso (si allontana). Dato che è possibile apprezzare le bande di emissione e di assorbimento di oggetti come Andromeda con grande precisione, per esempio come vedete nella figura le radiazioni dell’idrogeno (Hα e Hβ a circa 656 nm, la quarta della serie di Balmer nel visibile) che ne costituisce buona parte della massa, si può capire a quale velocità relativa ruotino le diverse parti della galassia e le velocità relative (si possono apprezzare pochi chilometri al secondo di differenza) misurando lo spostamento delle righe dell’idrogeno nelle due direzioni; i risultati degli spettri precedenti sono alquanto “piatti”, ossia la velocità di rotazione di Andromeda è costante in qualunque zona la si consideri, come si vede anche nel grafico qui sotto; Andromeda ruota come un oggetto solido, come a volta fanno vedere nei film di fantascienza! Ma questo è in enorme conflitto con la legge di gravitazione universale; nel nostro sistema solare i pianeti più lontani dal Sole ruotano più lentamente e ci si aspetta che lo stesso facciano anche le galassie, ma non è questo il caso; la cosa sarebbe spiegabile solo se la massa di quelle galassie fosse molto maggiore di quella stimabile dalla loro luminosità.

rubin4Rubin e altri astronomi confermarono questo risultato su decine di altre galassie e la risposta costante fu che le galassie NON ruotano come ci si aspetterebbe; lo strumento fu prevalentamente lo spettroscopio, l’umile spettroscopio che usiamo anche noi ogni giorno in laboratorio.

Quali spiegazioni ci sono?

O la legge di gravitazione non funziona a grandi distanze, oppure esiste una massa “oscura” che non si vede, che non si può stimare con i metodi tipici dell’astronomia (che è in grado di correlare la massa di un oggetto stellare e la sua luminosità); questa seconda spiegazione è quella oggi accettata e che ha portato al fermento di studi sulla materia oscura; una massa ben più grande di quella visibile, ma costituita di particelle elementari debolmente interagenti con le altre e che si concentrerebbe sul piano galattico (e se è per questo sarebbe presente in ogni dove, anche attraverso il vostro corpo mentre mi leggete e la sua massa sarebbe varie volte maggiore della vostra). Un universo parallelo di materia oscura permea secondo questa teoria ogni parte dell’universo visibile; date le striminzite interazioni possibili fra la materia oscura e quella normale di cui siamo costituiti nulla di significativo avviene se non il reciproco effetto gravitazionale.

Vera non era entusiasta di questa interpretazione:

mi piacerebbe sapere che le leggi di Newton possano essere modificate in modo da descrivere correttamente le interazioni gravitazionali a grandi distanze. Questo è più attraente di un universo pieno di un nuovo genere di particelle sub-nucleari“. · ^ (EN) Michael Brooks, 13 things that do not make sense, in New Scientist, 19 marzo 2005;

Questa posssibilità è al momento esclusa e d’altronde recentemente sono state individuate galassie non lontane e composte quasi interamente di materia oscura.

Voi che ne dite?


Tagged: effetto Doppler, materia oscura, spettroscopia, spostamento verso il rosso

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